Il Comandante della Capitaneria di Porto Gregorio De Falco è stato elevato a simbolo dell’Italia ‘vera’ in un articolo de La Repubblica dopo il rilascio della registrazione della comunicazione intercorsa tra di lui e il Capitano Francesco Schettino in occasione dell’affondamento della nave di crociera Costa Concordia, da quest’ultimo comandata, al largo dell’Isola del Giglio. Nel corso di questa ‘conversazione’ il primo redarguisce il secondo e lo richiama ai suoi doveri, accusandolo di essersi allontanato dalla nave mentre era ancora in corso il soccorso dei passeggeri.
In Italia questa notizia ha avuto una vasta eco. Una frase indirizzata da un indignato De Falco ad un remissivo Schettino nel corso della loro conversazione:“Vada a bordo cazzo”, è diventata uno slogan quasi fosse un manifesto politico di un auspicato risveglio morale dell’Italia. C’è già stato qualcuno che si è industriato a ricavarne una maglietta celebrativa, traendo profitto da questa facile analogia.
Perché si è scelto, non saprei quanto consapevolmente, questo paradigma discorsivo per rappresentare questa tragedia? Perché il De Falco non viene semplicemente descritto come uomo di dovere invece di diventare simbolo del riscatto di una collettività intera, quella nazionale?
Se a De Falco si è voluto accordare questo ruolo nella rappresentazione mediatica è facile individuare quale è toccato al capitano: invece di considerarlo come un individuo comune con inadeguatezze che condivide con tutti noi, senza per questo trascurare il suo dovere di commando e di responsabilità di fronte alla tragedia, si preferisce erigerlo a feticcio, o capro espiatorio, di tutto ciò che non andrebbe in Italia.
Se l’Italia “vera” di De Falco rappresenta un termine dell’equazione nel linguaggio mediatico e popolare, l’altro termine sarebbe l’Italia ‘falsa’, quella in cui nessun cittadino vorrebbe identificarsi pubblicamente, nella quale l’interesse privato supera l’osservanza del bene comune anche da parte di chi ha il dovere specifico di tutelarlo.
Al di là di chi potrebbe aver torto o ragione nel caso specifico dell’affondamento della Costa Concordia, nome peraltro pregno di significato simbolici, è diventato chiaro ormai che il contrasto tra questi due uomini abbia assunto una rilevanza che travalica il confine della cronaca per assurgere a qualcosa che ha più a che fare con l’ordine simbolico, o con il mito, nel senso junghiano del termine.
Seguendo questa falsariga, il caso della Costa Concordia è diventato emblema della situazione dell’Italia attuale, governata da una classe politica che incarna una mentalità che privilegiava l’interesse privato nell’esplicazione del dovere pubblico, e connotata spesso da una leggerezza che rasenta il disprezzo per i più deboli. Ancora in base a questa logica: uno stato moderno, per quanto dotato di strumenti sofisticatissimi, di leggi, di regolamenti e di servitori tecnici esperti nella loro applicazione, dipenderebbe pur sempre da un Capitano-leader il quale dovrebbe rispondere personalmente ai suoi elettori o passeggeri in caso di crisi o disastro, tanto più quando lo stesso capitano ne è colpevole o almeno complice della situazione, vuoi per corruzione, per inedia o per semplice incompetenza.
Se poi si volesse accreditare l’ipotesi che il capitano della Costa Concordia abbia diretto la sua nave a ridosso delle coste dell’isola per fare una galanteria ad un collega, o per fare bella figura (oppure si è trattata di una politica consolidata attuata deliberatamente da parte dell’armatore?), il cerchio si chiuderebbe: quanti altri tra quelli più in vista nella vita politica italiana avrebbero privilegiato più l’apparenza che la sostanza, fidando nel colpo d’occhio più che nella prosaica competenza?
E il popolo italiano, di quiescente concordia elettorale, che credeva di viaggiare verso il paese di Bengodi in un vascello sofisticatissimo, si sarebbe ritrovato invece a doversi salvare da un naufragio sociale ed economico improvviso provocato dall’incapacità dei suoi dirigenti, i quali penserebbero più alla bella figura e al divertimento proprio che agli interessi del paese che governano.
Però che dire a questo punto delle responsabilità dell’armatore che assunse il capitano, e per analogia, quelle degli elettori italiani?
Forse è proprio per questo contorno nazional-popolare che la discussione attorno al caso De Falco-Schettino è stata incanalata verso una riduttiva dicotomia che ci rivela molto sull’Italia di oggi e molto meno sugli avvenimenti veri che ruotavano attorno alla tragedia di quella notte del 13 gennaio.
Mi viene in mente il detto siciliano, citato all’inizio nel libro di Sciascia, Il Giorno della Civetta:
“La verità è nel fondo di un pozzo: uno guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità”.
Questa controversia possiede tutta la dinamica di un copione già scritto: tutti accalcati al bordo di un pozzo e tutti che si guardano bene dal buttarsi dentro.